Quando scattai questa foto
feci ascoltare a Franco
un frammento da
Partenza di Pulcinella per la luna
di Mario Schiano
'O vient'e terra
si divertì molto
Glielo offro con amore e, perchè no?
con allegria
 
 
Franco Siddivò
un comunista speciale
 
 
 
 

Franco Siddivò è [non "era", non posso ammettere a me stesso che la sua vitalità si sia arresa] un comunista speciale, con un cognome popolare e antico al tempo stesso, si deus vult, ed era per qualche verso la coscienza proletaria di un giovane intellettuale come me. Lo conobbi alla metà degli anni '50 quando mi trasferii ai piani alti e nobili di via Aniello Falcone lasciando i compagni della sezione Stella, cercai calore e spazio di inserimento nei locali della Sezione Vomero dove incrociai i triumviri Gaetano Macchiaroli, Giovanni De Paolis e Franco Siddivò che costituivano il nucleo della Segreteria assieme col fabbro Cerrone di via Bernini. Ricominciai a frequentarlo quando nel '63 ero comesso nella libreria di Via Carducci e Franco aveva un ufficio a via dei Fiorentini. Formalmente era il Rag. Siddivò, dirigente di una propria azienda di servizi amministrativi, primo imprenditore privato a Napoli ad avere un centro di elaborazione dati con computer che negli anni cinquanta, per svolgere i compiti che l’odierno computerino che sta sornione e tranquillo sul vostro tavolo mentre state leggendo, è in grado di compiere con la massima facilità, occupavano allora un intero appartamento e rappresentavano un investimento di svariati milioni di lire di solo noleggio, solo grandissime aziende si potevano permettere il lusso di comprarle. Se si parla di lui a persone che si siano occupate di CED già 50 anni fa, percepirete l’ammirazione che si deve agli innovatori. Si era inventato un servizio che svolge tuttora: la gestione totale, magazzino, acquisti, carico e scarico, fatturazione, assistenza fiscale, dallo scontrino alla dichiarazione dei redditi, di tutte le farmacie della Campania. Ero incantato dalle macchine allora rumorose, alcuni calcolatori Sperry Rand Univac che aveva avuto l’idea di interfacciare con perforatrici di schede IBM, erano una cinquantina, con altrettanti operatori o operatrici che una volta al giorno si collegavano con ciascuna farmacia attraverso una linea telefonica dedicata e ascoltando in viva voce la dettatura dei dati che venivano comunicati, perforavano direttamente le schede che venivano poi elaborate. Una caciara cui si univa il ticchettio delle stampanti a impatto che percuotevano il nastro di carta del modulo continuo. Queste macchine sarebbero state sempre adeguate alle novità tecnologiche del settore. Oggi si sente solo il sommesso brusio degli operatori che si scambiano informazioni o una chiacchiera. Gli addetti venivano assunti, addestrati, coccolati, da un serbatoio inesauribile, compagni o giovani figli, nipoti, parenti di compagni. Era una tendenza che non ha mai abbandonata. Aveva anche funzioni di ambasciatore esterno del Partito. I contatti di lavoro che aveva col mondo delle imprese, lo rendevano adatto a contatti che i dirigenti del partito non avrebbero potuto prendere en plain air. Caciarone, sempre con simpatia al di sopra del rigo, sarebbe stato poi per me una inesauribile fonte di racconti, di eventi e moltiplicatore di incontri, compagno di inesauribili conversazioni estive e di riflessioni sulla coperta di un gozzo nei mari tra Sorrento, Massalubrense, Punta della Campanella, Mitigliano, Ieranto, Nerano, Recomone, Li Galli. Chi ha navigato quei mari, magari a pochi metri dal bianco abbacinante di quelle scogliere calcaree, sa di quali incanti parlo, la Terra delle Sirene. Quante volte a metà pomeriggio, in calma di vento, siamo saliti, Franco, Laura e io, sul mio gommone per andare a prendere un caffé freddo a Capri, a Marina Piccola, uno sguardo ai Faraglioni, una chiacchiera con Costanzo e Titina Vuotto ad un tavolino del loro Scoglio delle Sirene. Per tornare a Massa col sole a sinistra che si inabissava, le prime ombre sul mare e la puizza, la brezza, che alla conclusione dell’operazione tramonto scendeva a mare da Marciano e dai monti di sant’Agata con un brivido piacevole sulla pelle ancora calda, arsa e salmastra. Pronti per rifugiarci un paio d’ore più tardi, sotto una pergola, piedi sotto al tavolo, spaghetto cu’ ddoie vungulelle, e semplici, ristoratrici, alice ‘ndurate e fritte. Il mio rapporto con Franco Siddivò ha avuto, ininterrotto, continuità non solo d’amicizia, ma anche professionale; ho curato la grafica e l’immagine coordinata di tutte le sue intraprese, e sono state tante, non ricordo mai un periodo di sosta, al punto che, se vado a curiosare nel mio archivio, sono in grado di documentare tutto quanto ha fatto negli ultimi cinquant’anni.

lunedì 20 aprile 2009